I casi di studio che abbiamo scelto sono emblematici.
Angelica Palli (classe 1798), livornese di origini greche, è istruita nella letteratura italiana e straniera dal francese italianizzato Giovanni De Coureil, e diventa famosa fin da giovanissima come improvvisatrice di versi e di azioni drammatiche. In anni caratterizzati da un fervido filellenismo, compone un’Ode per la morte di Lord Byron[1] e, il 3 maggio 1824, è ospite d’onore di una serata organizzata da Vieusseux a Palazzo Buondelmonti: da questo momento, inizia a corrispondere con tutto il gruppo della «Antologia». Nel 1831, fugge da Livorno per sposare, a Corfù, contro il volere dei futuri suoceri, il nobile Giovan Paolo Bartolomei, che ha dodici anni meno di lei. Nel febbraio-marzo 1848, pubblica il Sogno di una notte di Carnevale, un suggestivo atto unico nel quale esorta l’Italia indipendente a impugnare le armi contro il «ferro Tedesco»[2]. Nella primavera 1848, dopo la partenza del marito e del figlio diciassettenne Luciano come volontari alla volta della Lombardia, parte anche lei, allestisce un ospedale militare a Marcaria (Mantova) e collabora con vari giornali in qualità d’inviata di guerra. Nel 1851, dà alle stampe il fondamentale trattato, suddiviso in sette parti, Discorsi di una donna alle giovini maritate del suo Paese[3]. Nel 1853, rimasta vedova e in precarie condizioni economiche a causa degli investimenti sbagliati del marito, si trasferisce a Torino, dove il figlio è stato ammesso alla scuola militare, e qui anima un salotto di vivace spirito progressista. Nel 1857 rientra a Livorno e, nel 1859, fonda il settimanale «Il Romito», da lei diretto (e per lo più redatto).
Negli ultimi anni, dal 1861 al 1875, quando muore, s’impegna a favore dell’istruzione delle donne e combatte strenuamente per la creazione a Livorno di una scuola secondaria femminile laica e gratuita, che vedrà la luce nel 1889 e sarà a lei intitolata. L’aspetto più sorprendente di Palli è che riesce sempre a precorrere i tempi, e a comporre, per esempio, già nel 1864 un’«azione drammatica» sul tema del divorzio.
Della sua produzione letteraria (le carte sono custodite presso la Biblioteca «F. D. Guerrazzi» di Livorno nel Fondo Palli), le opere da lei edite in vita, oltre al romanzo storico di argomento greco Alessio, ossia Gli ultimi giorni di Psara[4], sono novelle, fiabe, una raccolta di poesie e alcuni testi drammatici di argomento mitologico o storico. Ma la maggior parte delle sue pièce teatrali si trova ancora, autografa e inedita[5], nel Fondo Palli.
Quanto ad Amelia Pincherle[6], di cui nel 2024 ricorrono i settanta anni dalla morte, la ricerca intende studiare, sul fondamento anche di nuovi documenti, la formazione culturale di questa donna straordinaria (in un clima di patriottismo e di laicismo risorgimentale mazziniano) che ne determina il forte temperamento e la vocazione cosmopolita, connessa alla nascita in una città come Venezia. Nel 1886, con la madre e il fratello, si trasferisce a Roma, dove ha luogo il matrimonio con Joe, ma poco dopo i coniugi vanno ad abitare a Vienna, dove vede la luce il primogenito, Aldo. Gli altri due figli (Carlo e Nello) nascono a Roma, dove la famiglia fa ritorno nel 1896. Dopo la separazione dal marito (nel 1903), Amelia, con i figli, si stabilisce a Firenze, e la permanenza fiorentina, che la vede alle prese con una risoluta milizia civile a sostegno dei diritti e doveri delle donne, s’interrompe nel 1937 con l’assassinio in Francia di Carlo e Nello. Insieme alle due nuore e ai sette nipoti, Amelia lascia l’Italia (dove rientra nel 1946): dal 1937 al 1939 è in Svizzera, dal 1939 al 1940 in Inghilterra, dal 1940 al 1946 a Larchmont (New York), dove è presidente del Commettee for Relief to Victims of Nazi-fascism in Italy. La nostra ricerca si propone di valutare il senso di questa drammatica mobilità geografica, fra Italia, Austria, Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti. A proposito della questione educativa, le circostanze biografiche promuovono in lei la forte dedizione pedagogica, documentata in pagine sparse che il progetto mira a raccogliere e a pubblicare (si ricordi inoltre che nel 1922 la casa editrice Le Monnier le affida la direzione della collana «Biblioteca delle giovani italiane»). Il nostro intento è di approfondire la fisionomia di Amelia non in quanto madre dei fratelli Rosselli, come per lo più è stato fatto finora, ma in qualità di intellettuale e di autrice, dotata di un proprio inconfondibile stile, di pièce teatrali e di racconti (pubblicati su rivista o raccolti in volume), oltre che di romanzi e articoli d’impegno sociale e politico (usciti su «Il Marzocco», «Regina», «L’Italia libera», «La Settimana dei Ragazzi», il «Non Mollare», «Uguaglianza!», «La Nazione italiana»), in modo da conferire risalto alla sua creatività artistica, nonché alla sua passione civile, alla sua voce severa e autorevole, alla sua partecipazione su vari fronti.
A proposito di Camille Mallarmé, pronipote del poeta Stéphane, nasce ad Algeri nel 1886, da una famiglia di origini alsaziane emigrata in Africa nel 1870. Trasferitasi a Parigi nel 1903, nel 1909 va in Italia, dove conosce il futuro marito Paolo Orano. Eletta l’Italia a sua seconda patria, Mallarmé diviene una figura-ponte tra due culture, soprattutto per quanto riguarda il periodo tra le due guerre. Narratrice[7], autrice per l’infanzia[8], critica d’arte[9], giornalista, traduttrice (fra le altre cose, del Piacere dell’onestà[10]), la personalità di Mallarmé si rivela in linea con le tematiche del progetto per il fatto di collocarsi al centro di una vastissima costellazione culturale (dall’amicizia con Duse[11] e d’Annunzio, ai rapporti con Claudel, Rolland, Apollinaire, senza contare il fitto dialogo con la temperie letteraria primonovecentesca al femminile: da Sibilla Aleramo ad Ada Negri; da Annie Vivanti a Teresah; da Matilde Serao a Neera).
Malgrado l’impegno intellettuale, unito al grande estro creativo, Mallarmé è andata incontro a una vera damnatio memoriae. Solamente nel 2019, è stata riportata all’attenzione della comunità scientifica, grazie alla valorizzazione della sua militanza culturale e della sua produzione letteraria[12]. Sono necessari, tuttavia, ulteriori affondi ermeneutici su questa autrice, soprattutto relativamente alla produzione giornalistica e agli scambi epistolari.
Infine, Alba de Céspedes (classe 1911), figlia di una esponente della borghesia romana e di un ambasciatore cubano, si caratterizza per il cosmopolitismo, l’apertura intellettuale e la riflessione sull’emancipazione femminile che nutrono la sua cospicua opera letteraria. A ciò si deve aggiungere la riflessione intorno alla questione di genere, poi al centro del primo romanzo Nessuno torna indietro (1938). La natura polimorfica e in transito di Alba è testimoniata anche dall’impegno civile e politico (basti pensare al suo ruolo nella lotta partigiana sotto lo pseudonimo di Clorinda), che nel dopoguerra mette in pratica con la fondazione della rivista «Mercurio», con l’adesione alla testata «Alleanza della cultura», e con le rubriche Dalla parte di lei e Diario di una scrittrice tenute su «Epoca». Per tutti questi motivi, si può a buon diritto annoverare de Céspedes fra le protagoniste della nostra Storia[13].
È evidente che il progetto si può prestare a sviluppi interdisciplinari visto che «Donne tra più Mondi» si trovano in ogni ambito di ricerca (pittura, teatro, cinema, pedagogia, medicina, scienza) e visto che spesso si conservano i loro archivi, non di rado inesplorati (per esempio, presso l’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux di Firenze; dove si trovano – fra gli altri – i fondi di Gina Lombroso, Nina Harkevitch, Marisa Madieri, Sophie Strecker; l’Archivio di Stato di Firenze, con il fondo di Amelia Pincherle; la Cineteca di Bologna, con il fondo di Tatiana Grauding; la Biblioteca «Luigi Chiarini» del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, col fondo di Rosalia Polizzi).
«Do.Mo.Co.Re.» si basa sul presupposto che le donne, obbligate da sempre a dover vivere in una realtà patriarcale nella quale sono costrette a durare fatica per essere ascoltate, possono sfruttare la propria millenaria emarginazione di genere per affrontare meglio lo scarto socio-culturale di chi si trova a dover vivere «tra più mondi», per riuscire con più facilità degli uomini a adottare uno sguardo inclusivo e trans-identitario sull’ambiente sociale globale. Solamente portando alla luce la scrittura sommersa di donne caratterizzate da identità cosmopolite, è possibile creare le basi per un modello di civiltà aperta, pacifica, inter-culturale e trans-culturale.
Le autrici al centro di Donne fra più Mondi: Cosmopolitismo e Resilienza nelle scrittrici fra Otto e Novecento si misurano con i temi più differenti, benché se ne intenda privilegiare, accanto alla scrittura creativa di versi, di opere teatrali, di romanzi e di racconti, soprattutto la prosa giornalistica e l’impegno pubblicistico, oltre alla militanza politica e socio-culturale, da loro sostenuta con la ferma coscienza della propria padronanza e autorevolezza.
Le donne che, per vari motivi, vivono «tra più mondi» provano in prima persona l’esperienza dell’integrazione o della dis-integrazione, del percepirsi diverse in una realtà che le può includere ma anche escludere, nella quale possono sentirsi accettate ma anche rifiutate. Come insegna la vicenda archetipica di Medea, le «donne tra più mondi», specie se colte e sapienti, sono viste con diffidenza dagli abitanti del paese dove decidono di risiedere. Perciò, le figure femminili che, senza soccombere sotto il peso della superstizione, del pregiudizio e dell’ignoranza, riescono non soltanto a integrarsi ma anche a far ascoltare la propria voce, sono doppiamente degne di attenzione critica.
È ovvio che la peregrinazione «fra più Mondi» comporta, con l’esperienza dell’espatrio, una molteplicità di questioni da affrontare, legate a problemi di comunicazione e di lingua, di residenza e di ambientazione, di inserimento, d’innesto in nuovi contesti sociali e situazionali. Tutto ciò fa sì che nelle figure interessate si sviluppi un modo di vedere pluriprospettico, una capacità di giudizio, di comparazione e di valutazione resa più acuta, più puntuale, più incisiva. La pratica della scrittura porta necessariamente le tracce di tale maturazione interiore, come apertura verso un punto di vista conoscitivo sempre stimolante, arguto e di grande interesse.
«Do.Mo.Co.Re.» si connette strettamente almeno a due attività nazionali innovative: l’attività svolta dall’Archivio per la Memoria e la Scrittura delle donne ‘Alessandra Contini Bonacossi’ di Firenze (https://archiviodistatofirenze.cultura.gov.it/memoriadonne/), un’Associazione finalizzata a «valorizzare la scrittura delle donne del passato [e ad] arrivare alla conservazione e salvaguardia di archivi che rischiano la dispersione», e l’impegno del Centro Studi ‘Sara Valesio’ di Bologna il cui interesse principale è la «scrittura letteraria, saggistica e filosofica, soprattutto nei rapporti tra mondi (culturali, linguistici, geografici e psicologici) diversi» (si veda https://genusbononiae.it/centro-studi-sara-valesio/ ).
Primo obiettivo del progetto è la ricerca d’archivio, che può fare luce su vicende biografiche, esperienze culturali, incontri, relazioni pubbliche. Secondo obiettivo è la pubblicazione degli scritti inediti delle autrici in esame; scambi epistolari così come opere teatrali, poesie, romanzi, racconti, articoli giornalistici. Terzo obiettivo è la disseminazione dei risultati ottenuti, consentendone sia la conservazione a lungo termine, sia la fruizione sostenibile e inclusiva.
Fra i traguardi già raggiunti, solo per quanto riguarda le pubblicazioni, sono da segnalare fra le altre cose il carteggio fra Camille Mallarmé e Grazia Maccone[14], e l’edizione critica del dramma finora inedito Un divorzio (1864) di Angelica Palli[15], una pièce teatrale che può essere considerata all’avanguardia nella storia dell’emancipazione femminile e che si conserva manoscritta presso la Biblioteca «F. D. Guerrazzi» di Livorno.
Il dramma di Angelica Palli mette in scena un tipico triangolo borghese di secondo Ottocento che gravita intorno a Elisa, una tormentata protagonista di straordinaria modernità che, in un finale caratterizzato dalla mancanza di ogni tipo di convenzionale happy end, resta impressa nella memoria del lettore, per sempre fissata nella propria scelta della solitudine. Senza lacrime, Elisa rinuncia sia all’amante Guido, sia al marito Emilio. A differenza, per esempio, di Emma alla fine dei Tristi amori (1887) di Giacosa, Elisa opta per la libertà e l’autonomia, come farà, quindici anni dopo, l’ibseniana Nora Helmer di Casa di bambola (1879). Elisa decide il prezzo della propria raggiunta autocoscienza di donna indipendente e finalmente libera. Ma l’aspetto più rivoluzionario della pièce consiste nel fatto di svolgersi in una Italia ucronica nella quale sono già in vigore sia il matrimonio civile sia la legislazione sul divorzio (che, nel nostro Paese, si sa, arriva solamente nel 1970). Con eccezionale lungimiranza e appassionata lucidità, Palli esorta le donne a non fidarsi di istituti giuridici declinati al maschile e a battersi per il proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà.
Fra i prossimi obiettivi, per quanto riguarda la disseminazione, abbiamo in calendario un Convegno internazionale conclusivo. Il convegno si terrà verso la seconda metà di maggio 2025 nella Sala Ferri del Gabinetto Vieusseux di Firenze, rivolgerà lo sguardo verso altre «donne fra più mondi» oltre alle quattro dettagliatamente studiate dal progetto, con la partecipazione di studiose e studiosi provenienti dall’Italia, dall’Europa e dagli Stati Uniti.
[1] Cfr. Angelica Palli, Poesie di Angelica Palli, Livorno, Masi, 1824.
[2] Il testo è stato ripubblicato da Giulia Tellini, Passione e disincanto nel ‘Sogno’ di Angelica Palli, in «Studi e Problemi di Critica Testuale», 98, 2019, pp. 205-233.
[3] Angelica Palli Bartolommei, Discorsi di una donna alle giovini maritate del suo paese, Torino, Cugini Pomba e Comp. Editori, 1851 (ora, a cura e con introduzione di Ada Boubara, Roma, Aracne, 2018).
[4] Uscito nel 1827 (Italia, s.e.) e ripubblicato a cura di Giancarlo Bertoncini (Pisa, Tipografia Editrice Pisana, 2001, e poi Livorno, Salomone Belforte e C., 2003).
[5] Nel 2016 è uscito il dramma Le amiche rivali, mai pubblicato da Palli, sulla «Rivista di Letteratura Teatrale» (9, 2016, pp. 105-119, a cura di Giulia Tellini).
[6] Su Amelia Pincherle, si vedano soprattutto il «Quaderno del Circolo Rosselli», 3, 2006, pp. 7-153 e Giovanna Amato, Una donna nella Storia. Vita e letteratura di Amelia Pincherle Rosselli. Tragico il tempo, chiaro il dovere, numero monografico del «Quaderno del Circolo Rosselli» (1, 2017).
[7] Cfr. i romanzi Le Ressac (1912, Prix Mention de l’Académie Française; trad. it. Come fa l’onda, 1914); La casa seca (1916; trad. it. 1921); L’Amour sans visage (1924).
[8] Cfr. La leggenda d’oro di Mollichina (1915).
[9] Cfr. L’ultima tragedia di Michelangelo (1929).
[10] Prima rappresentazione: Théâtre de l’Atelier, regia di Charles Dullin, 20 dicembre 1922.
[11] Sull’amicizia con Duse, si veda il romanzo, velatamente autobiografico, L’Amour sans visage (prima trad. it. L’amore senza volto, a cura di Diego Salvadori, Effigi, Arcidosso, 2023).
[12] Grazie alla monografia di Diego Salvadori Camille Mallarmé. La scrittura senza volto (Firenze, Florence Art Edizioni, 2019).
[13] Come in Protagoniste alle origini della Repubblica. Scrittrici, editrici, giornaliste e sceneggiatrici italiane, a cura di Laura Di Nicola, Roma, Carocci, 2021.
[14] Diego Salvadori, "Votre Candida". Le lettere terminali di Camille Mallarmé, in Officina sui generis, a cura di Diego Salvadori e Niccolò Cencetti, Effigi, Arcidosso, 2024, pp. 127-165.
[15] Angelica Palli, Un divorzio. Azione drammatica in quattro atti in prosa, a cura di Giulia Tellini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2024.